Giaguari

(Marco Sbrana)

E non lo so, disse, da quale volere di dio provenga tutta questa infelicità, vorrei solo, nonno, disse, mi si abortisse il pensiero ogni volta che affiora, si spegnesse mentre nasce, fosse latenza, com’è tutto e com’è stato tutto, nonno, latenza, potenza, forse, anche, il languire del tempo le tende smosse dai refoli, nient’altro che il pigmento del cielo a cambiare, ed è brutto, e tu lo sai, disse, lo sai benissimo, sebbene il tempo non ti esista più la vita, non ti esiste, vero, nonno? e forse sai, nel bordello le troie che ti ritrovi in testa, ecco, nonno, forse sai la verità, forse qualcuno, nella baraonda che hai negli occhi, forse qualcuno ti ha risposto, disse, ma qui è diverso, da questa parte della vita è diverso, e lo sai, è diverso, perché la risposta non arriva, ma il guasto non è nel ricettore, perché il guasto è nel parlante, è in me in noi in tutti, incapaci come siamo di formulare la domanda, perché, nonno, io sono convinto che, qualora esistesse la domanda, io sono convinto, nonno, disse, che se fossimo in grado di articolare la domanda, allora avremmo già ottenuto la risposta. Cosa vedi? Mi imbruttiscono il mondo gli occhi con cui guardi il mondo. Cosa sei, nonno? disse. Li vedi, i tuoi compagni, o non li vedi, cosa vedi? Non mi sente, potrei non sussurrare, ma il vecchio dietro di te ha la bocca spalancata in una paralisi che ricorda a tutti quanto la vita sia sbagliata, e dovresti vedere le pupille, disse, protese volessero cascare, e non ha carne, qualcosa un morbo a divorarlo, il niente a contemplarlo, e tu identico, nonno, disse, sporco ai lati della bocca di saliva biancastra. Perché non ti puliscono? disse. Questo posto mi ricorda la mia vita. Per favore, di’ qualcosa. Nonno, chi sono? No, non sono Lorenzo, non so chi cazzo sia Lorenzo. Non sono Lorenzo. Nonno, come mi chiamo? Nonno, ti prego, dimmi come mi chiamo. No. Va bene. Questo posto mi ricorda la mia vita. Puzzava tutto di linoleum ricordare per sempre la candeggina le mucose a pungere, disse, il ritmo dello straccio sul linoleum, ricordarlo affollarmi gli occhi, la vista invadermi. E i grugniti il mugugno. Mugugni, nonno. Non sei che una distanza siderale, un’infinita lontananza che getta latrato, e latravamo tutti, in quei posti non si fa altro che latrare, nonno, disse, latrare e latrare, il cuscino inzuppato, mi ricordi Elisa, lei che la prendevano le crisi, e i pugni che si sferrava sul volto, un giorno fino a farsi uscire sangue dal naso, mi ricordi la mia vita, nonno, e non dici ma è come se dicessi. Quella volta che mi hanno legato al letto, lo ricordo, sì, disse, lo ricordo, divincolamento moto convulso, il mio, i lacci sull’addome, sentirsi animali, ti senti mai un animale, qui? forse no, cosa senti, la senti la mia mano? senti la mia mano, è fredda, i brividi mi prendono come un tempo la vita a maggio, disse, adesso i brividi ed è agosto, e non piove e se piove si sradicano le foglie imitando l’autunno, e così via, disse. La senti tutta la stanchezza, lo so che la senti tutta la stanchezza, nonno. E la nonna mi ha telefonato. Ho fatto un sogno, così lei a me, e c’eri anche tu, così lei a me. E io le ho chiesto Cos’hai sognato? e lei Andavamo a teatro tutt’e tre insieme e ci tenevamo per mano, ma eravamo contenti, ha detto la nonna. Quanti anni avevo nel sogno? le ho domandato. Eri piccolo, mi ha risposto la nonna. E poi? ho detto. La sveglia, belé, mi son svegliata, così la nonna. La malattia. L’asse ipotalamo ipofisi surrene, dovresti vedere i cataclismi del mio intestino, la ribellione del corpo, la paura troppa, troppo tutto, troppo il tempo, troppi i secondi, quando finisce il giorno, dormire per accelerare il transito, ma non ha senso, nonno, non ha senso, è solo un morire vergognoso, è l’inerzia. Mi vedi? Di’ qualcosa. Non ti vedono, tu non vedi. Non sei nessuno. Neanch’io. Non sentirmi esistere, nonno, disse, che nel sogno di qualcuno qualcosa preso a vanvera ci hanno scritto il mio nome, e sono stanco, è la paura, è sempre la paura, e le latenze e la mitraglia dei potrebbe che mi uccide la gola, perché tutto potrebbe, nonno, disse, tutto potrebbe, Silvia potrebbe rimanere incinta, la percentuale infinitesima del preservativo spaccato, certo che potrebbe, e tutto potrebbe, potrebbe, è l’ossessione, quella smania di ricevere una grazia, la preghiera di un amore, disse, è la mia domanda d’amore, la mia domanda d’amore è Datemi la certezza assoluta, io domando l’impossibile, io chiedo troppo affliggermi per l’imperfezione delle cose. La vita ad avere paura della vita, ma è basta, disse, è basta. Mi mancheranno le chiocciole, a loro tutte le mie scuse, a nessun altro le mie scuse, ma sai cosa fanno le chiocciole? Nonno, tu. No? Tu mi hai insegnato le chiocciole. La bava lasciarsi dietro come strati di pelle fino al niente. Bava, una striscia, e disperdersi. Le rane mi hai insegnato. Cosa ci rende prigionieri l’uno dell’altro, io penso, io chiedo, rispondo Le civette, solo le civette. La sai la storia? la mia famiglia senza nome, disse, un marinaio senza nome, il mio seme da uccidere, non ci sarà tempo per altri racconti, quando torno a casa, a casa, nonno, sono stanco. Cosa faccio? Non è la domanda giusta, lo so, è la domanda che cerco, no? Non la risposta. La risposta è una cosa da bimbo, la domanda, dimmi che domanda fare, abbiamo solo sbagliato le domande, abbiamo solo posto le domande sbagliate, e adesso è tardi, si deve dormire, e tu dormi sempre, nonno, disse, dormi sempre, e la cicatrice il cranio che esponi mi ammazza la vita, mi ha spezzato i malleoli, la vita handicappata. Quando ti sei franto mi sono rovesciato e ho detto No, e ho urlato. Accadeva dieci anni fa, disse, ma chi si riprende dalla morte, mi hai ucciso le griglie, non dovevi morire, ridurti vegetale non dovevi. Mi darai spiegazioni, lo so, tra poco, a breve. Mi hai spezzato i diagrammi, mi hai rotto gli occhiali. Non ho più visto il mondo in griglia ma nuvole di orzata, qualcosa di smog, la foschia, la bruma, e mi sono perso, e ho visto un pavone, liberava la vanità, e avrei voluto essere lui, o un piccione per volare, i piccioni. Mai visto un piccione morire vecchiaia, disse. No, meglio un pavone. Farmi bello agli occhi di Dio, che guarda, so che c’è. C’è, e dormiremo, e dormirò, e dormirai. Solo, non l’abbiamo mai interpellato, com’erano le parole una lingua di strani. Nonno, se non ti avessi conosciuto non avrei imparato le chiocciole, disse, ma certo non avrei dovuto sopportarti morto. Occorre preavvisare se si ha voglia di sparire, disse. Certe volte pensare ci voglia solo una dormita, ma no, non è il sonno distorto e il riposo giammai, no, è qualcosa in più, qualcos’altro, l’enorme cancro dei cuori velocisti, tutto merito tuo se il fiato mi manca per scopare, e i pomeriggi se li spendo ad avvelenarmi i denti di tabacco e cibo di merda, la vedi la mia pancia, la vedi. Ero anoressico, ti sei perso la mia di morte con gli occhi il niente a immergersi dentro come certi piedi la mattina il freddo il mare. Vorrei dormirti sul costato. Posso dormirti sul costato? Infarto vertebrale, quando pesavo quarantacinque chili. E tu dov’eri? Qua. A farti imboccare, disse, la gelatina. E io morivo per colpa tua. Non ho più spazio sulle braccia per tagliarmi. Tutto cicatrice. Il coltello del pane avevo dodici anni, papà bruciava i rossi, urlava Ospedale. Perché non mi hai avvertito? Se dovevi deciderti così, avresti fatto meglio ad amarmi poco, perché del tuo tanto amore non ho mai smesso di soffrire la distanza, mentre, disse, il tuo corpo qui ti lasciava, e l’anima o il soffio o il cuore volava via. Mi avessi amato meno, ora sarebbe la felicità. Mi hai protetto solo per morirmi con te. Raggiungerò Dio e mi chiederà perché, nella paura il panico iperventilante, non l’abbia mai interpellato. È che non sapevo la parola, così dirò al Signore. E lui mi sussurrerà il segreto della lingua, al che io parlerò, lui risponderà, e dormirò tantissimo, ma soprattutto, nonno, disse, dormirò bene. Nel luogo dove la paura non esiste ti toccherò senziente, berremo un cappuccino. Nonno! Nonno! Ho paura! Nonno, ammazzami! Nonno, svegliati. Svegliati e poi riaddormentati, svegliati e addormentiamoci insieme, l’unghia del tuo alluce graffiarmi lo stinco, svegliati, nonno, disse, e poi dormiamo, ci aspettano i giaguari.

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