(Luca Sivelli)

PREGHIERA DEL RAFFREDDORE

O Gesù dei lunghi fili.
Scioglimi il catarro
con le tue mani di acciaio.
Stropicciami i radar
e spruzzami addosso
i precetti di un buon cuore.

È un inverno di gelo,
il mio. Senza i flussi
della mite corrente,
fingono tutti i bacilli
di essere ormai rincasati
nelle loro cellette blu.

O Ingegni con la bocca
storta. O dolci madri.
Fuggite il mio malanno
e contate sulle falangi
le disgustose parabole.
Sedatemi in un letto.

O Prodigi di mercurio,
miei lontani cugini.
Sono una preda del sole,
io, delle sue indagini
sono la lente viva
e l’indicibile scoperta.

È un grumo di cielo
infetto. Sono caduto
nella pancia a rete fonda
del mese dei fazzoletti.
Computate la mia cura,
o freschi gelsi oscuri,

Signori di questa notte senza pace.

NELLA VASCA DA BAGNO

Nella vasca da bagno
cascano in fiocchi i pelucchi
della primavera, ormai sbocciata.
Glabra com’è, la mia cute
sta guardinga, all’insù
riversa come la carcassa
panciuta di una cimice.
Gocce al neon in acqua cotta,
il soffitto un culo:
la sua glassa allentata
rovinosamente dalla terza età.
La doccia della domenica,
tutto crolla, la perla
si buca, mattina;
le undici e trenta.
Scorrono ora schermi
di latta grigia, dalla finestra
esce il vapore.
Grossi draghi, un gonzo-movie
all’inferno: ultimo infarto,
sui sampietrini ammattiti
i cervelli a becco dei finanzieri
fanno il verso alle rane.
In TV una strage
gli squarci del giorno,
i maccheroni.

(?)

Il mondo opaco al mattino, la cucina
mi svena: abbandono presto alla lingua
silenzi e spazi, materia liscissima,
dal cucchiaio ingoio strilli e campane.
O fosse dolce la gelatina con cui mi imbocco!
Un beverone blu, un oceano in secca
al marinaio, il denaro offerto in sacrificio
e la tasca del materasso, che tutto stringe.
Povera mia sagoma, annegata
con i suoi gingilli informi – il vento –
maledetto il vento che staglia le pupille
e porta al molo corpi duri come nenci
uomini d’alga e lunghi fili di carbonio.
O com’è flesso anche il mio nome,
quest’alba nuova, che ha i piedi in ammollo
nell’abisso – riempie di vita i mattatoi,
di fumo gli ossi di prosciutto in fabbrica,
di storia gli imballaggi come bruto granito,
come pubblicità. Mi acceco
e ancora dimentico sotto la pancia
grazie rapprese, o giorni di lebbra,
e ancora occorre che mi alzi – e mangi.

AUTOGRILL

All’alba il latte rancio
si beve alla cannuccia
lo dice l’aeroplano
l’arrivo sulla spiaggia
che il male è una postura
in mezzo all’autostrada
sta un cesso con le nacchere
la festa in fondo al mare
sirene sotto al guscio
e la plastica del corpo
la gommalacca rosa
che cresce fra le cosce.

CORNACCHIE

All’una della notte le cornacchie
ci tengono svegli nella notte
sul cobalto dei cuscini
per darci di nuovo nella bocca
mille perle di uva bigia.

All’una questa notte siamo soli
e i ricami della carne
non ci hanno resi adatti,
stesi le lucertole dell’acqua
corde di vena azzurra.

La notte ci erutta la coperta
un pieno tutto scuro,
è lava nella notte senza stelle
l’estate che scodinzola,
la puccia che gronda le orecchie.

Perché questa notte le cornacchie
ci trucidano il sonno, di polso
stringono di lividi le cosce,
perché noi siamo svegli anche stanotte
ché le cornacchie dormono?

Ché il gracidio lo uccide l’una,
lo strozza a broncio triste nel cuscino
e adesso che sei libera ti vedo,

tu gemma di ambra viva,
mi scivoli la notte dietro al petto.

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