Cinque poesie sullo smettere – Marco Sbrana

Cinque poesie sullo smettere

Marco Sbrana

Autunno

Diluvio di piccioni schiantarsi alla finestra

Le zampe dei bambini le incastrano le aiuole

I palloni scemata

Poi il puzzo di settembre

Rovina del respiro

Ho male alle caviglie

Di tutti sento il pianto l’universo un canile

E i salmerini a riva morti come amori

Furono di mia madre

Amici corteggiati

Quando c’era il letame

In pancia allo scirocco

Napoleone

(Alle fogne pertiene il diluviare

All’odore che fanno i topi morti

Si annegano le calze e quel che porto

È un gambizzarmi portafogli e il resto

Però nel vero mi conservo a strati

Che cosa se ne fanno dei torsoli le mele?)

L’idraulica del cielo non sapendo

Su Sant’Elena taccio

Però mi porge visita

Napoleone morto a calamari

E quell’acqua che piange

L’ascesi e il temporale

Mio figlio mio nipote

Di nocciolo sprovvisto

Si chiama Margherita

Piove Sant’Elena il riciclo e il topo

Sbranato da un airone e le formiche

I muri della casa che accoglie di mio figlio

La malattia e la morte

E però nel frattempo Margherita

Grazie che mi conservi dentro gli occhi

Il volto che le foto fanno opaco

Se lo vedessi in giro io non lo noterei

Di perdermi mi hai dato la paura

A volte è quasi bello stare al mondo

Di un mare morto il piovere

I morti da ascoltare

Pioveva il cinque maggio ricordi Margherita?

Ci inzuppa ci inzuppò mia madre da bambina

Disse che ci raggiunge vorrei soltanto in metro

La metro non bloccare a volte è quasi bello

La pioggia abbacinante il tutto tra i molari

(Margherita linoleum di latranti bambini)

Quando muoiono i nonni Margherita

Torni al grumo iniziale in principio era il sangue

Varco il mondo uno squarcio il costato di Dio

(Ma parla un po’ di meno

Sopravvivi al diluvio

I volti del mio transito

Verranno poi slavati

Ora ho bevuto

La stropicciata

Bottiglia d’acqua

Nella dimenticanza

Dei calli di mio nonno) ()

La pena Margherita

Non scema al matrimonio

Il mito era mendace

Crediamo alle leggende

Eravamo strafatti

E dietro museruole

E confini e pensammo

Da romperci le ossa

Qualche cima di vita

Dalla vita strappare

Sbiadisci non ti sposti dalla bocca

Di Cariddi che ingoia come te la mia mamma

Ho dovuto grondare

Per intuire quanto mi allontana

Da Ozzimandia e compagni e da noi tutti

Poi quanto rotto il corpo che suppura

E le croste e le piaghe le ulcere i tumori

La mia saliva gialla che cola quando dormo

Ricorda il cancro in gola che è solamente mio

E mi mozza ogni firma

Il sondino a nutrire

Il monitor fischia

Disegna la vita

Di piscio di gatto

È la candeggina

Vedo pulirmi l’ultima diarrea

Fa schifo all’infermiera il mio morire

Ha un conato di vomito e peso come quando

Il monitor parlava

Da me nulla si leva

Che il tanfo delle fogne quando piove

R.

Non chiedergli il perché dell’entusiasmo

Fu non sventrargli l’ugola – era maggio

E qualcosa diceva della fine il cessare

L’ho rivisto sul bus – l’ostinazione 

Monacale al levarsi – trucidata

È stato il mio intuirlo senza slancio

A negarmi lo sguardo – di sua sorella il corpo

Lo avrebbe anche mangiato

Quando uccidono gli alberi motoseghe al mattino

Il mondo lo riflette i trucioli di quercia

Della quercia l’incavo – è lui

Ha il compensato in bocca chi lo mangia

Questa è l’anorgasmia, così mi disse

Del mio cazzo, mi disse, dei miei occhi

Io che a dicembre vesto come a maggio

Ti dico, disse, credi

Quest’infelicità che, disse, uccide

Quell’estasi rimpianta quando sapevi amare

Le seppi e non so più però tu non sai nulla

All’unica domanda oscilli come scemo

Cosa separa il viso della mia sorellina

Quando c’era il letame in pancia allo scirocco

Dalla faccia evirata da quel camion?

Niente, disse, per me

Ma se adesso mi spoglio e me lo succhi

Della tua lingua il traffico di suono

Questo tacere concavo

Dei testicoli franti

Il prepuzio abusato

Non si dovrebbe, disse, dire niente

Sugli occhi delle carpe

Però che cos’è mai

Questo triste sgomento

Marco, dimmi, ti prego

Cos’è mai tutta questa opacità?

Mohamèd

Raccoglie i mozziconi

Spolpa le croste gli ossi della vita

Gli scarti dei torniti

Di notte dell’inverno le zanzare

Lui solo sa la casa

E nel primo smaltarsi delle unghie

La bambina sul bus

Batticuore di madre alla sprovvista

Odora il vento stesso che portava

Letame dentro casa

Che adesso fa da cippo ed è un ricordo

Che nessuno conserva

L’ha reso l’evirare tanto lieve

Che qualcheduno dice

Di averlo visto in volo sulle cose

Lacrime diluviare

Perché il suo nome strano non s’intende

Un decennio è passato

Dacché ultima la madre Mohamèd

Mohamèd, Mohamèd, riposeremo

Della tua prima estate

Esploderà il ricordo e terminale il pianto

La vita claudicante la giacerà la luce

Taciute le zanzare zitte tu penserai 

“È come se la vita non ci fosse mai stata”

Diranno “Mohamèd”

“Mohamèd, Mohamèd”

Poi non più si dirà


VIA MARCO D’AGRATE

Dal limaccio del caldo un gracidare

La rane nei calzini che impaurano 

Nel sangue mucillaggine

In questa zolla di città hanno tutti 

Uno stagno nel ventre una palude

Della melma ti parla la lamiera

Il dimagrire eterno dei barboni 

A molti prude il naso

Altri con l’imbrunirsi molli ai cigli

Spaventano i bambini gli aghi a terra

*

Martina dentro il seno ti crescono le rane

Le facce che le cose hanno slavato

Ti sono latitanti e Luca, Luca

Come ti sembra il mondo che è venuto?

Da un interstizio scarrafone tua

L’annuire dei monti delle nuvole il braille

Mi imbarazza firmare ché mi detieni il nome

Tutto bene coglione?

Nei cinema sparisci

Per schivare la merda dei piccioni

O fai drink con l’Adriatico e le pozze?

L’aria ancora ti annega o inali nel metrò?

Hai come specchio d’oro

Una pelle bucata dal costato

O diverti la lingua talvolta pure troppo?

Martina torna dentro gli avventori il tuo cuore

Il caffè lo sai fare solo tu

*

Disciogliersi di ossa i denti neri

Come cornacchie bipedi risuonano

Sono stati bambini e a quei bambini

Chiedono Che cos’è che speravi?

Paolo così si chiama un futuro sbagliato

Ha voglia di morire

per non voler morire

La prima sua coscienza fa l’aborto

E quando affiora beve tuttavia quando affiora

Dice a se stesso Il traffico trascura

Mica che poi lo blocchi con il corpo

E vera gente simile a tuo padre

Al lavorare tarda e nelle loro bocche

Tu aneddoto saresti da non dire

Paolo poi quando muori non rimpiangere il tempo

Sei stato un tentennare della vita

Sull’orlo della vita la paura

*

Certo non chiese questo mio padre claudicante

Delle notti cenare dentro l’auto

Sta due piani sopra in uno si sta stretti

Mi invita ma rifiuto e so che piange

*

Hanno pescato un cristo nel rigagnolo

Cristo il matto lo sa

Overdose fallita

Lo conobbe che stava al capezzale

Spallucce l’occhiolino

Sicché Cristo è mio nonno che appare nei suicidi

Di chi non ha fortuna

*

Che voglia di trasloco alberga in tutti

Sarà questa paura

L’amianto respirato?

Casa mia mi somiglia e casa mia mi dice

L’ammaccatura i fori sulla porta

Il ritornarci eterno la metastasi

Mi alberga in petto casa e via Marco d’Agrate

Lo smunto delle facce sul lavabo il mio sangue

Le grida gli ubriaconi e mi diceva il nonno

Contare fino a dieci era la rabbia

Distinguono l’amianto solamente i neonati

Scordarsi dell’amianto è l’autodelazione

Non ci sarà mai voce

Di cui Non fosti tu bensì l’amianto

Mi scavi nel petto

Col quartiere nel ventre impuzzerò altri spiazzi

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