di Sarafina Storari
Brevissima trattazione del male di vivere da cui ogni essere umano, in modo più o meno consapevole
e accettato, è pervaso, Il nostro bisogno di consolazione (1952) di Stig Dagerman si configura come
il grido balbettato di un individuo che, zavorra il proprio talento, è spezzato dalla solitudine, dal tempo,
da tutte quelle forme in cui la società cerca di costringere qualcosa di inafferrabile e indefinibile quale
la vita di un essere umano. Da ciò, un insaziabile bisogno di consolazione da cui, indistintamente, si
è attanagliati: a nulla valgono i tentativi di aggrapparsi a filosofia, ideologie e religione, l’uomo è
condannato a sperimentare solo il fugace sollievo di “un alito di vento nella chioma di un albero”,
l’illusione delle false consolazioni che, allo sconforto indotto dalla disperazione, urlano in risposta
che “la notte è racchiusa tra due giorni”.
Morto suicida nel 1954, Dagerman tratteggia, incarnandolo, l’individuo post-bellico smarrito e franto,
che le crisi sorte dai conflitti mondiali lacerano e immobilizzano e che solo abbandonando il “fardello
del tempo” può emergere dal torpore indotto dalle rigidità di una società che ritiene, considerandola
una prestazione, di poter misurare la vita umana. Come “né il salto del capriolo né il sorgere del sole
sono delle prestazioni”, allo stesso modo, l’esistenza di un individuo, in quanto continuo tendere alla
perfezione, non può essere inserita in griglie di valutazione tarate sull’agire e sulla quantità di azioni,
ma “opera nella quiete, non dà prestazioni”. L’esistenza è il solo esistere, non assolve altre funzioni.
Abitato dal dolore, come soggetto passivo, Dagerman diviene schiavo del proprio talento, del proprio
nome “al punto da non avere il coraggio di farne uso per timore di averlo perso e da non osare scrivere
una riga per paura di arrecargli danno”; è creatura del tempo in cui impensabile è l’idea che l’uomo
non possa non avere funzioni perché insufficiente il solo vivere in libertà.
Il fallimento di ogni consolazione denunciato da Dagerman riguarda (forse soprattutto) la perdita e
l’impossibilità di legame con gli oggetti del mondo, poiché inutile, falso e anche deleterio il conforto
fornito. Tuttavia, di fronte alla difficoltà dell’instaurare una relazione, pur di mantenere una illusoria
sicurezza esterna – destabilizzante, traumatico sarebbe infatti riconoscersi a tal punto estranei nel e
al mondo – il soggetto dagermaniano, in balia degli eventi e dell’evolversi della società, sacrifica,
come l’Io descritto da Ronald D. Fairnbairn in psicoanalisi, la propria sicurezza interna, la possibilià
della felicità, internalizzando oggetti cattivi (le false consolazioni elencate dall’autore) per preservare
la bontà di quelli esterni, reali. Ne risulta che, costretto in un ambiente deficitario (Fairbairn fa
riferimento alle cure genitoriali, ma, adottando la prospettiva di Dagerman, si potrebbero includere
anche la caduta di ogni possibilità di legame, il vuoto esistenziale che permea l’individuo smarrito),
l’Io, sotto la pressione della frustrazione e del dolore, costruisce oggetti interni cattivi che compensano
quelli reali deprivanti, rimanendo così avvinghiato a consolazioni evanescenti, fragili.
L’esistenzialismo di Dagerman trova quindi una trasposizione strutturale nella psicoanalisi di
Fairbairn.
Inoltre, potrebbe risultare coerente il riferimento al dilemma clinico fairnìbairniano, secondo cui “È
meglio essere peccatore in un mondo guidato da Dio che vivere in un mondo guidato dal diavolo”:
come, intollerabile l’idea che il genitore/persecutore possa essere cattivo (e, di conseguenza, che si
possa vivere in un universo senza speranza), si rifugge la situazione di cattiveria incondizionata che
si realizzerebbe se il bambino/vittima si pensasse buono e riconoscesse cattivo l’altro, così,
inconcepibile l’idea che il bisogno umano di consolazione non possa essere appagato, si considera
curativo tutto ciò che sembra portare sollievo, ma che, in realtà, è causa della sofferenza, del senso di
insoddisfazione, di frattura interna.
Ciò che cerca l’urlo strozzato di Dagerman, voce di ogni essere umano che senta di dover avere il
permesso per vivere, di dover giustificare il proprio essere nato per rincorrere il ticchettio di un
orologio che, da altri costruito, scandisce un tempo altro, non è una scusa per la propria vita, ma
l’espiazione: la consolazione non come speranza di un adattarsi passivo, ma come liberazione cui
segue l’inevitabile estinzione che ha colpito Dagerman stesso.

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