Sulla prosa
Non abbiamo inventato un’estetica: l’abbiamo subita. Non è una scelta di poetica astratta, ma una necessità formale. La nostra prosa nasce da un guasto, da un’insufficienza, da un punto di rottura che continua a scrivere per noi. Scrivere è il tentativo, continuamente fallito, di sopravvivere a un trauma che non si lascia digerire.
La forma è il sintomo.
Per noi come si dice conta più di cosa si dice, ma il cosa non è mai assente: è deformato, sospeso, trattenuto dalla forma che lo contiene e lo costringe. Non siamo contro la storia, né contro la possibilità di intrecci. Siamo contro la storia retta da soggetti fissi e integri, e contro l’intreccio progressivo che piega la prosa alla sequenza ordinata degli eventi.
I nostri personaggi non sono eroi in evoluzione: sono soggetti franti, post-traumatici, ricorsivi, ossessivi. Se cambiano, è in peggio. Se parlano, balbettano. Non ricordano, rivivono. E se rivivono, è sempre la stessa scena. Non raccontiamo per condurre da un inizio a una fine, ma per restare incagliati in un punto dell’esperienza.
Il lessico è somatico. Scriviamo col corpo, nei momenti in cui il corpo cede: tachicardia, diarrea, vomito, acufene, sangue rappreso. Non come provocazione, ma come luogo da cui scriviamo. La nostra lingua è clinica perché clinico è lo sguardo. Dentro vi convivono termini di referti e diagnosi, linguaggi tecnici e balbettii infantili, dialoghi familiari che ritornano fino all’esaurimento.
La nostra prosa non mira alla catarsi, ma alla permanenza nel guasto. Non cerca di spiegare o persuadere: testimonia. È deposizione, dichiarazione scritta nel buio. Se il lettore non capisce, va bene lo stesso: scriviamo per restare vivi, non per essere amati.
Nessuna unità stilistica è possibile in un soggetto frammentato. Per questo le nostre pagine oscillano tra diario e narrazione indiretta, tra frase secca e accumulo barocco, tra lucidità e delirio. Ogni tentativo di mettere ordine fallisce, e ogni fallimento ricomincia. Le ripetizioni non sono espedienti retorici, ma riflessi dell’ossessione.
Non descriviamo il trauma: scriviamo nella sua lingua. Non ci interessa rappresentare la violenza in sé, ma ciò che resta dopo: l’inadeguatezza, il silenzio, la disfunzione, il ritorno.
I nostri testi non chiudono, non risolvono, non salvano. Non sono oggetti armonici: sono crepe, vuoti, crolli parziali. Alcune frasi si interrompono, altre traboccano, alcuni personaggi scompaiono, altri parlano troppo. La grammatica cede. La punteggiatura vacilla. Ogni pagina è un campo di battaglia.
Scriviamo come chi cerca di restare in piedi mentre cade.
E anche quando firmiamo da soli, sappiamo che la voce che ci abita non è nostra. È una lingua bastarda, impura, malata. Siamo un movimento di soggetti rotti che scrivono nella stessa lingua storta.
Siamo guaito.

Lascia un commento