“Infanzia di un capo” di J. P. Sartre – nota critica

di Sarafina Storari

Nessun soggetto può essere senza infanzia, la soggettività è ripresa del carattere insuperabile
dell’infanzia. Sostiene Sartre che l’infanzia non sia da ritenere mera tappa dello sviluppo emozionale,
sociale ed evolutivo, ma che rappresenti un tempo in cui la soggettività è preceduta dal discorso
dell’Altro, le cui impronte, i cui traumi caratterizzano il processo di soggettivazione. Spetta al soggetto
la libertà di riuscire a fare qualcosa da ciò che lo si è reso. Tale libertà è dal filosofo associata ad una
sorta di condizione di passività propria dell’uomo, legata indissolubilmente all’Altro; esperienza di
passività di questo genere si ha nell’infanzia, le cui tracce permangono anche nella vita adulta e
accompagnano l’individuo durante tutta l’esistenza. L’adulto non può dimenticare un’infanzia da
Sartre definita insuperabile come insuperabile è l’esistenza per l’uomo.
Sottrarre l’esistenza alla propria infanzia costellata di traumi significa attribuirsi il diritto di esistere,
alla maniera dei salauds, dei sordidi, e giustificare così la propria esistenza. È tuttavia nevrosi
convincersi che la ricerca nell’Altro possa giustificare qualcosa che, per sua natura, è impossibile
giustificare (Recalcati).
Sebbene una concezione deterministica non sia opportuna, l’infanzia è palestra dell’individuo,
concepibile come luogo fisico – la casa, i genitori quali creature giganti e, secondo alcune concezioni
psicodinamiche, “pezzi di corpo” (ad esempio, Fairbairn e il seno buono e cattivo), il nido, il parco –
e, forse soprattutto, luogo emotivo – le prime frustrazioni, i primi urti introdotti e controllati da una
“madre sufficientemente buona” (Winnicott) – in cui l’Io, permeabile, assorbe quanto di necessario
l’ambiente può fornirgli, non limitandosi a mera passività, ma interagendo con gli oggetti del mondo.
Applicando la teoria ecologica dello sviluppo di U. Brofenbrenner agli stadi evolutivi attraversati
dall’individuo, si potrebbe quasi guardare all’infanzia come insieme che interseca tutti i cerchi
concentrici descritti e previsti dall’autore – il microsistema, il mesosistema, l’esosistema, il
macrosistema e il cronosistema, di aggiunta più recente ma fondamentale – in quanto “ambiente
psicologico con cui il bambino si interfaccia, con cui ha contatti diretti, ma su cui impattano anche le
condizioni di lavoro dei genitori, il loro stato di salute, il modo in cui interagiscono con il bambino.
Imprescindibile, il contesto sociale è come iniettato nel sistema famiglia e, diffondendo, si irradia
dall’infanzia alla vita adulta.

Centrale, all’interno di Infanzia di un capo, racconto conclusivo della raccolta Il muro (1938) di Jean-
Paul Sartre, è l’infanzia, insieme con la costruzione dell’identità quale struttura, element sovraimposto, plasmata da altri e da altri definita e garantita. Racconto di formazione “capovolto”, di de-formazione (non scoperta della propria identità, non vivere liberamente il proprio essere, ma
susseguirsi di ruoli sociali da assumere per poter giustificare la propria vita) e di efficace brevità, il
testo si presta ad essere considerato come breve trattato sociologico, psicologico, ma dai forti element anche politici. È, quella di Lucien Fleurier, un’identità modellata sul solo sguardo dell’altro, genitori
prima, amici poi, e questo, forse da un punto di vista metaletterario, è reso nel testo attraverso l’utilizzo
di una terza persona focalizzata, che, pur non essendo la voce dello stesso Lucien, sembra in realtà
appartenergli; il bambino poi adolescente è diretto e instradato, confermato come vivo ed esistente
dalle voci delle persone che lo circondano, dai loro gesti. Tale terza persona è filtrata dai pensieri di
Lucien che però da Lucien non provengono in modo autentico, spontaneo, in quanto generati in
maniera quasi esclusiva dalla presenza di un altro che motiva e condiziona anche azioni ed emozioni.
Sembra che Sartre, descrivendo la vita di un giovane che risulta già irrimediabilmente segnato
dall’ambiente in cui cresce, incapace di andare oltre, di trascendere la situazione iniziale in cui versa,
abbracci quasi il Naturalismo.
La maturazione dell’Io e l’Io stesso, o una fragile parvenza di esso, sono dati a Lucien dagli sguardi
dell’Altro, quali la madre, il padre, l’amico Berliac o Lemordant e, in senso più ampio, dall’Altro
inteso come società, come insieme che è più e diverso dalla somma delle parti. Importante è dunque
l’ambiente che da Altri è popolato (m/other winnicottiana).
Si delinea così una sorta di rovesciamento rispetto a quanto descritto dalle classiche teorie
psicoanalitiche relative allo sviluppo del bambino: non più necessità di separare la percezione della
propria corporeità dalla percezione dell’ambiente circostante, ma idea che sia l’ambiente, incarnato
dal volto materno (dell’Altro), a dire al bambino cosa è, comunicandogli qualcosa di coerente con la
sua essenza. A questo proposito, è quindi fondamentale quello che Winnicott ha definito il ruolo della
madre come specchio: perché il bambino senta di esistere deve poter trovare nel volto materno uno
specchio che, restituendogli l’immagine di Sé, gli conferisca l’esistenza e, di conseguenza, il permesso
di passare dall’appercezione alla percezione. Vedendosi come esistente, il bambino ha un nucleo
inviolabile da cui poter vedere e il rispecchiamento con la madre “sufficientemente buona” risulta
processo in grado di condurre a un sano sviluppo del Sé. È solo grazie a un rispecchiamento non
opacizzato che il bambino sarà in grado di conoscersi, evitando un costante scrutinio degli altri,
dell’esterno, nella speranza di rinvenirvi una parte di quanto restituitogli nell’infanzia da un mero
vetro. Implicazioni inquietanti tale processo sono individuate da Lacan e rappresentate, da un punto
di vista di finzione, da Lucien; infatti, come l’infans lacaniano, dinnanzi allo specchio, può vedersi
esclusivamente “fuori”, in controllo della propria immagine esterna ma non si sé, alienato, oggetto
percepito dagli altri e oggetto anche per se stesso, così il protagonista sartriano, da altri plasmato, non
costruisce la propria identità, ma è costruito. Si ha un Io sfaldato, non già nel senso postmoderno di
dissoluzione, impossibilità di Io, ma ciclicamente costruito e distrutto per soddisfare aspettative altrui.
Da un lato, totale malleabilità, inconsistenza, dall’altro, Meursault, lo straniero di Camus, è invece
implasmabile, assenza totale di forma laddove questa significa imposizione e tratteggio di altri, è, a
differenza di Lucien, autonomo, ma apatico (autonomia radicale), privo di ogni morale (la ignora) incurante di ogni norma da seguire.
Eteronomico, Lucien è l’opposto: assorbe, fino a divenirne incarnazione, le regole sociali, agisce sulla
base di principi esterni, imposti da figure alle quali è soggetto, da cui è manovrato e modellato
socialmente. Accetta e interiorizza l’autorità (del padre, degli amici, del nascente gruppo fascista)
senza porsi domande sulla legittimità di tale potere e anche il vacillare che traspare da frasi come Ho
paura che la gente reagisca implica sempre il coinvolgimento dell’Altro, di Guigard, del suo sguardo;
è dubbio eterodiretto. Ne scaturisce una cieca fedeltà alle regole del gruppo, che si traduce in
aggressività portata allo stremo (si arrabbia perché è stato invitato ad una festa in cui è presente anche
un ebreo, la cui mano rifiuta di stringere) al fine di poter essere visto, e quindi potersi sentire, come
quello che odia gli ebrei, per avere qualcosa a cui aggrapparsi, una definizione di sé che sia vera, che
gli permetta di sentirsi vivo. Tuttavia, il comportamento che Lucien crede possa portarlo alla scoperta
di una propria identità stabile è in realtà abito cucitogli dall’esterno, in quanto le azioni sono compiute
e i giudizi sono espressi non perché ritenuti autonomamente giusti, ma perché guidati da un’autorità
esterna. Il comportamento del protagonista sartriano, a differenza di quello camusiano, potrebbe
essere per queste ragioni assimilato a quanto rilevato da Stanley Milgram durante una serie di
esperimenti svolti nel 1961: nel tentativo di capire se Eichmann e i gerarchi nazisti fossero
consapevoli delle atrocità commesse o se stessero solo facendo il proprio lavoro, studiò la tendenza
dell’uomo comune all’obbedienza mediante un disegno sperimentale che prevedeva che un gruppo di
partecipanti, sulla base di ordini impartiti dalla figura dello “sperimentatore”, rappresentante
dell’autorità, somministrasse scosse di voltaggio crescente ad ogni errore compiuto dai membri
dell’altro gruppo durante test di apprendimento. Più della metà degli individui inflisse scosse il cui
voltaggio era indicato come “estremamente pericoloso”, agendo contro le proprie regole morali
(esplicitate prima dell’inizio dello studio) pur di assecondare gli imperativi di coloro che, in quella
situazione, ricoprivano il ruolo di massima autorità.
È dunque una sorta di eteronomia quella che caratterizza il giovane Fleurier e che il giovane Fleurier
crede essere il solo modo di condurre la propria vita. Nato in una famiglia borghese, figlio di un capo,
vezzeggiato dalla madre (che adora, ma che, divorato dall’inquietudine, crede di non amare
abbastanza), è completamente immerso nella propria epoca, gli anni della psicoanalisi, del
Surrealismo e dell’estremismo di destra che Sartre, con mordace lucidità, traspone nel racconto. La
figura di Lucien, catapultata in un mondo che preme su di lui e che da lui si aspetta che segua le orme
del padre, che non devii da percorsi stabiliti, non sembra, inizialmente, negativa come invece appare
con il progredire della sua crescita e della sua formazione-deformazione. Così, non risulta troppo
difficile sentirsi vicini ad un bambino che, fin da subito, si interroga sul senso della propria esistenza,
attraversa vere e proprie crisi angoscianti (angoscia esistenziale?), per affrontare le quali cerca
sostegno nella psicoanalisi, nella poesia (Quando la nebbia si dileguerà), ma tale tumulto interiore risulta, ancora una volta, innescato dalle pressioni esterne dovute a ciò cui tutti credono sia destinato
e per le quali pressioni e aspettative cerca costantemente prove, rassicurazioni che mancano e che in
quanto mancanti provocano disperazione: Mi infischio di tutto, non sarò mai un capo, pensò con
angoscia, Ma che sarà di me? Che cosa sono io? Giunge a dubitare di esistere, conosce la tentazione
del suicidio (sulle orme del Werther di Goethe), gesto solo pensato ma che emerge come funzionale
a confermare, di nuovo, il proprio essere in un certo senso conforme a quanto da lui si attendono tutti,
perché tutti i veri capi hanno conosciuto la tentazione del suicidio; cerca di dare forma alla perplessità
che prova scrivendo un Trattato sul nulla, leggendo il quale immagina che le persone si possano
riassorbire le une nelle altre. Ma Lucien non riesce a capire e, quando gli si presenta un banco di
prova per dimostrarsi di essere un capo ma i figli degli operai che lavorano per il padre non lo
salutano, pensa soltanto che non lo abbiano riconosciuto, non che ostinarsi a interpretare il ruolo
pensato per lui non sia, forse, la cosa più corretta e conveniente. Da questi episodi, si comprende
come Lucien sia, usando la terminologia di Sartre, un lache: per fuggire l’assunzione inevitabilmente
angosciosa di responsabilità che la libertà implica, ricerca giustificazioni, vive in “mala fede”,
rimandando al mai la lacerazione e la sofferenza imprescindibili e necessarie a una vita autentica,
rifiutando il dolore che la libertà di vivere come se stessi comporta. Facendo infrangere contro il muro
della psicoanalisi la potenza travolgente dell’esistenza, grazie all’amico Berliac, Fleurier riesce a
sentirsi al sicuro, al riparo dalla mancanza di senso che il sentirsi esistenti potrebbe comportare,
poiché capisce di avere un complesso (Quella strana impressione di non esistere, quel senso di vuoto
che era rimasto a lungo nella sua coscienza, le sue sonnolenze, le sue perplessità, quei vani sforzi
per conoscere se stesso, i quali non incontravano mai altro che un velo di nebbia…Perbacco, pensò,
Ho un complesso). Però Va bene avere dei complessi, ma bisognava saperli liquidare a tempo: come
potrà un uomo fatto assumere delle responsabilità e il comando di qualcosa se gli è rimasta una
sessualità infantile? Allora, è necessario un nuovo ruolo da incarnare per rifugiarsi, per l’ennesima
volta, nell’inautenticità e gliene fornisce uno lo pseudo-poeta surrealista Bergère, amico di Berliac
che, definendo Inquietudine lo stato di Lucien, porta il giovane a chiedersi se gli avessero scoperto
una dignità o una malattia nuova.
Fleurier crede però nella famiglia ed è alla famiglia che torna quando non riesce a farsi analizzare da
Freud in persona a Vienna. È a questo punto che è introdotto il terzo personaggio centrale nella
formazione deformata del giovane, Lemordant, che lo inizia alla lettura di Barrès (Les déracinés) e
in cui, finalmente e forse definitivamente, Lucien trova una definizione di sé come un déraciné: Gli
venivano offerti un carattere e un destino, un mezzo di sfuggire agli inesauribili interrogativi della
sua coscienza, un metodo per definirsi e apprezzarsi. Entra dunque nel gruppo di estrema destra di
Lemordant e si disegna il ruolo di colui che odia gli ebrei; è altro all’autenticità, si riconosce il diritto
di esistere, sente di aver trovato una giustificazione e decide, Mi lascerò crescere i baffi, per esser ed esistere davvero il proprio ruolo.
Perfetto prodotto della società borghese, Lucien Fleurier trova il proprio opposto nel perfetto scarto,
Meursault, lo straniero camusiano; ma è dello scarto che il prodotto ha bisogno per esistere, così come
lo scarto necessita del prodotto. Entrambi sono funzionali all’interno del sistema.

Note bibliografiche:

Zinkin, L. (1983), “Malignant mirroring”. Group Analysis, 16(2), 113-126

Winnicott, D. (2023). “Gioco e realtà”. Armando Editore

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Recalcati M. (2021) “Ritorno a Jean Paul Sartre”. Einaudi

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