di Marco Sbrana e Luca Sivelli
Per Andrea e Valerio
La corda del boia dell’inesausto marcire
È l’intonarsi, dice
Quando fingono di chiedere perché
In giro c’è l’inverno, deflagra le ossicine
Il tutto intirizzisce
E chi è per non leccare il mondo?
Le città un tracimare di mastini
Ho solo accettato ciò che il sangue definisce sull’asfalto
Ho solo allargato le pozze di catarro
Col mio, di me, che ero un bambino così bello
E adesso che mi pento non so più dormire
E ho estinto una vita
Do lavoro ai cappi
Garantisco il seguitare identico del mondo
Nessun corteo contro questo ghiaccio
Si vede che va bene
E mi pento e che paura
Che paura, e i gerani?
E i gatti? Che paura
Osservo dalla cella
La brina polverosa
Dei tergicristalli
L’inutile sbraitare
Osservo dalla cella
L’inverno dei serpenti
Che ci perdura
OGNI UOMO HA DENTRO TANTE STANZE
ora riempire i calzini
coi pelucchi
del sudore
non vedere più i gatti!
Risplendere coriacea con l’inverno
Terminali le gemme i ragazzini calvi
Ematomi e fratture naso sghembo
Di te papà l’amore un gorgogliare rauco
Ma era la tristezza tu sei buono
Ma ora che mi frassino sto bene
È soltanto il franare delle schegge pian piano
E chi concorre è ingenuo ad altri pugni
Ché non mi fa più male sono case di tossici
Non che abbia rotto il sole il mio morire
Che neanche la mamma meritava
Scissi di letto un peccato
I tuoi pugni sulla schiena
Mi invidiava l’attenzione
l’ultima chiamata è alla clemenza
alla pancia dei miei vecchi
non ho ingiuriato la maestra io
ho il mal di pancia
verranno a prendermi e con me
non parlerà nessuno
Non mi voleva gobbo la mia mamma
Da bimbo fare nuoto adesso è morta
Così sto tanto comodo i clienti
Radiografia del ventre ma sono ancora in grado
Mi ucciderà il muletto oppure l’inventario
Rido tanto non sembra mi sa che lo nascondo
Che forse le so io le vestigia espropriate
Ho perduto lo stomaco distraendomi al bar
Uno squillo del Conad Son sue queste frattaglie?
Lo erano ma ho detto C’è un errore
Privilegio morire in questo modo
Ogni giorno mi faccio più leggero
il furgone metafora il macello
dove il corriere porta il giorno
l’ultimo sangue al pavimento
sentirci gocciare
non ne può più
I secondini hanno per retine sfatti orditi
Irti crampi al gozzo
Se i morituri sognano
Di loro è il consolare
Tranquillo, così loro
Così loro Tranquillo, così loro, è tutto vero
Poi piangono un coro
Molte delle loro madri sono morte
Laddove andate, così loro
Dopo la corda, così loro, capirete
Se dei gatti l’ipotesi, così loro
Era corretta
Quando dico a Carlo Fai entrare l’universo
Tira su le persiane
Ci annaspa il mondo da guardare.
Poi passiamo la lingua sulle sbarre
Con semi di saliva
Forse un giorno gigli sul ferro.
Lo impaurano le ore che dorme
Guardarlo mentre dorme
Mi rassomiglia alla mia mamma.
Qui si impara da chiocciole morire
È per il nostro bene la grande museruola
Che se cerchi di uscire poi ti perdi
Poi comunque gli sbirri ed è peggio si sa.
Gli avambracci di Carlo sono rotti
Due autostrade violacee un anno e mezzo fa
Mentre mi ripulivano il didentro
Ospitava la notte di cui era ignoto il giorno
Un giro di chitarra che mi manca.
Ora è un mese che fingo di inghiottire
Farò lo gnorri andando a coricarmi.
e poi la quarta sbobba all’ispezione
verrà il mio amico e un libro e un muro
mi fotterei il penitenziario
o almeno un bacio
e poi avrà un senso in più
non lavarsi più i denti
Una russa ubriaca si spezza le gengive
È il ghiaccio che si affila e tutto il resto
Gli abituali sciolti il prosecco liquarli
Ricordano pozzanghere cartacce
La macina le macchine sono cani picchiati
Mugolio di mio padre testa rotta
Ho avuto degli amici mi pensano al lavoro
Gli compaio nei sogni però non me lo dicono
Fanno quindici anni che c’erano gli aironi
Ma magari anche no qualsiasi cosa volpi
Anche io ho avuto amici un cappuccino
Tre birre in cartellone
Mi sento sola
Tanto sola
A spalmarmi la resina sul cuore
Mi sarei fatta tiglio sfiorare di falangi
Scoppi di ferragosto abbacinanti
Mi sento tanto sola
avere conoscenti i gatti morti
una o l’altra sera morituri
salutiamo il mondo
a pulire il mondo
la lettiera
non ammettono scarti
Che sia scirocco o zefiro non so
Tritare delle ossa Milano quando inizia
Sviene dentro la nebbia.
Somiglierò a quel tizio per il mento
Vapore da eroina ricorda tanto Sara
Che non ho mai toccato.
Gli si smunge la guancia con il piangere
È un incavo di volto uno sbaglio di tiglio
Mattina motoseghe si lascia dietro i trucioli
Insomma muore il passo
Mia nonna non parlava rifiutò
Il cibo morta secca le lasagne.
Lo brilla il mio taccuino che registra
No non picchia, dice, chi picchia è il suo bambino
Un alito di vino che lo annacqua la nebbia
È un bicchiere di plastica.
Lui sì che sa di Tolstoj l’ammalarsi
Di Fedor Dostoevskij il ghigno gutturale
Quando l’arto da sé lo spasmo e poi la lingua
Cercare di mangiare
Gli noto in borsa un blocco sì certo se no muoio
Scrivo soltanto in greco che nessuno capisca
Fratello mio nel pianto
E prego non svenga
Come sviene Milano
Con lo sghiacciarsi
Reduci monchi
Un monco aprile
Ma dormiremo
ho parlato col dottore della morte
dice l’importante
è avere una donna che ci piange
ma sa il dottore dice è la sua vita
non sa non dice nulla della morte
Gli albergano stanze nel costato
Nel quasi sonno pitturare
Bailamme di febbraio
Vestiti da guerrieri
Di plastica le spade
La carne incancrenisce
I riposi prolungati
Ma adesso smette, è tardi, fa freddo, mamma
Mamma, dice, fa freddo
Mamma, dice, parlami attraverso
Che mi vergogno di ordinare la pizza
Preghiamo insieme, dice
Certe domeniche, dice, le poppe
E, dice, il visitare
Che schiude boccioli, dice, e larve
Dice Scemerà nel crollo, dice
Delle cervicali, dice, uccise
E tutti questi, dice, abbacinare
Smetteranno, dice, la periferia nei campi
Era quella, dice, la frontiera, papà
L’ho vista, dice
Ma di già il camminare
Perteneva, dice, agli altri
Papà, dice, perché
Non mi hai braccato, dice
Dice Papà, tu dovevi proteggermi, dice
Dell’impedirmi il male
Ti avevo deputato
Io che nel fegato ho un amore gigante
Dove andrà, dice
Il mio gigante amore?
È che mi pare il viale, dottore adesso assolo
Portavi calze rosse, ti divertivi
Io ripetendo sfianco
Il mio latrarti addosso supplicando l’amore
Dei vecchi forni delle molliche
Come Santiago
Mio nonno d’agosto l’ebollire
Lo imperlava il mare sulla schiena.
Sara, non lo videro morire
Sara, quanto orgoglio nel pudore
Per i cippi mi scuso ti si abbatteva il neon
Un giorno che consacro sapevi di linoleum.
Sara, stai bene?
Pianure dentro il petto percorse dalle volpi
Ho nugoli di mosche e temperini
Vertigine i piccioni disegnano spirali.
Come stai, Sara?
Mi discutono i corsi con i velli torniti
I mastini in psicosi un levare di terra
Mi annegava l’aprile
Ti punsi che era aprile
(E tace il divanetto traduzione dei corvi)
Mi claudica novembre
Dottore, sa, mi arranca
Sara, reso monco, romperti l’anagrafe
Mi scavano le rane un tunnel dentro il bolso
È che sogno, è il sognare.
Mangiandomi la lingua il costato tremava
Così come da cieco mozzo mamma
La colpiva il mio spasmo di epilettico
Che sognavo elefanti e sognavo la vita.
la lista da fare
gli effetti personali
il cielo e la mia mamma
non ho nient’altro
Nonno ho sognato che eri un marinaio
La condensa del mondo quando appare la brina
Che penso Morirò ma poi non muoio
Come facevi tu genuflesso saluto
Regalami un panino avrei voluto figli
Avessi adesso un figlio darei a lui il mio panino
Talvolta immaginarlo porterebbe il tuo nome
Dovresti ricordare caro nonno
Quel che ho sognato in questi giorni qua
Non ero che una bimba un corpo che sparisce
Metodico suicida barista senza amici
C’eri tu c’era Sara oggi svegliarmi scalzo
Mi esime da quel braccio nonno tu sei nei cieli
Una buona parola
Non è questo il mio avvenire
E poi i gerani?
Son brutti i vecchi giorni
Le croste sangue terzo
Neanche ho chiesto scusa
Mi mettevi in castigo troppo poco
E morirò
Senza gerani
Colpa tua il mio morire
Che sulla nuca inciso non leggesti
La colpa che la rete dei salmerini il prendere
Sfigura nell’ordito
Nonno ho sognato che eri un marinaio
MAMMA! MAMMA!
Ti vedo mentre piangi l’ipotesi dei gatti
Com’è che devo sempre perdonarti?
La pagheremo mio amore
La colpa del mondo
Prima del colpo fai un bel respiro
Rivai, ti vedo, distendi il braccio
Nel solo sogno, il babbo che ti bracca
In quella trattenere
L’esistenza ipotetica dei gatti
Non c’è difesa, amore, ma un perpetuo perdono
Ignaro del giudizio, spalanca il paradiso
Solo io piango sola aspetto che tu dorma
Per pregare l’arrivo del morire
Tuo padre, suo papà, col bisturi la faccia
Ne martoriò i condotti affinché non piangesse
E questo è il troppo amore.
e fuori dai mandati? dice Sara
i tuoi assoluti, dice, il possibile amore
Sara dice Lo uccisero
delle foglie ciascuna è uguale all’altra
Muovo le mialgie
Di pelucchi vedo spire
Così la primavera
Non mi pertiene l’inverno
E poi il muschio i licheni
ma ognuna è per te la stagione del dolore
e tutt’uno il procurato e il ricevuto
perché non ti rifai i muscoli?
sopporta
hai evaso il Non uccidere
dovere è sopportare
sopporta
E dell’erba l’incoscienza
La comanda immortale
Nella muffa truculenta
Mi si disfa il respirare
Levigare con la lingua
Dei secondini i calli
tutto egoriferito
nessuno ti si fotte
poi conoscenti amici
ci hai cagato il tuo malessere
ora è l’asma dei tuoi fumi
E le spire di polline ad aprile
Le ho sempre viste agitate dal soffio
Dei morti in casseruola
hai passato gli anni della giovinezza
tentennando, per la madonna
scrivi, te lo diceva tua madre
e laureati trova una casa poi
tuo nonno pure con la demenza
ma la vuoi fare una cosa che sia una?
e l’hai fatta male
li hai uccisi tutti, ai bordi della vita
gli hai fatto male
che dispiacere
Qui mi fingo dovunque anche ad aprile
Lo so verrà qualcuno carpa morta
Qualcuno mi rivivrà torrente
Sulla condensa i bimbi definiscono facce
È ciò che li assolve dall’inverno
i bambini la bella stagione
basta, ancora ancora ancora
questa malsana ideazione di gesù
Così tu in primavera
A crepare pian piano tuo padre era un mastino
E Capodanno lo evirava
Fino al niente dell’osso
Verrà la morte cieca odore di benzina
L’irto bruciare di padelle
dice bene tua madre
e tu un mastino come lui
di lui la sagoma
il puzzo
la postura della vita
Ma tu trasilli i giorni e definisci facce
La comunione del non farlo
Nel sogno si può stare
Non conta la farfalla
ma a una certa è cattiva abitudine
una depressione senza diagnosi
stai al mondo come un gatto sequestrato
nella cuccia del divano
l’insonnia, il ridicolo
piangersi addosso
Vicino al niente Franz Kafka
Seppe il compito tacere
Chiese il permesso
Glielo negò Max Brod
Sicché morì due volte
Amici amici poi
non hai mai avuto amici
di tutti solo il terrore
e ogni altrove è codardo
e ogni altrove è una sega
LA CORDA
Impediscono le sbarre come placche il deglutire
Crepano nel piscio un sacco di gatti
Radici nel costato
Dalla ferita nascono gli ontani
il ventitreenne studiava giurisprudenza
gli mancavano due esami alla laurea
la madre della v
E poi che appetito!
Commuovo il secondino
Tu sei un capolavoro e vorrei mi fossi figlio
Lo commuovo di gioia
Morire da geranio e chi se l’aspettava
il testimone
c’erano i denti per terra, e lui mi guardava, e io non capivo
la perizia
corteccia motoria
fatale
Nel folto di altri gatti, e altri
Tantissimi, il ritorno
La transumanza
Sembra l’odore di papà
Riguarda il cuoio, papà
Aveva l’odore dei gatti
Corteccia motoria, Davide
Davide
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