Su Franny  – da “Franny e Zooey” di J. D. Salinger

di Sarafina Storari

Si sente distruttiva, Franny, durante il pasto con il fidanzato Lane, è la rabbia che scaturisce dall’aver compreso di essere condannata a vivere di ego, da cui è impossibile sfuggire come irrealizzabile è sfuggire a ogni ruolo (E il bello è che se ti metti a fare il bohémien o qualche altra stranezza del genere, sei conformista lo stesso, come tutti gli altri, solo in modo diverso). Si sente matta, è pallida,la fronte sudata. Lo sguardo, catturato da macchioline di luce che filtrano nel ristornate, il “postogiusto” scelto dal ragazzo, è forse ancora offuscato dalle parole scritte sul libretto russo rilegato intela verde che tiene con sé nella borsetta.

Sono, i suoi, i prodromi di una crisi spirituale ed esistenziale, intensa come intensi sono i versi di Saffo citati da Franny nella lettera a fatica scritta e spedita a Lane prima del proprio arrivo e che Lane legge e rilegge mentre la aspetta sulla banchina, già calato nella parte di innamorato che attende l’arrivo della proprio compagna. (Saffo, che è poetessa che si riappropria del punto di vista femminile, del dolore, della potenza dell’amore, delle emozioni da sempre filtrati da coloro coloro che non provano e non possono capire cosa significhi provare in qual modo, in quella misura; Franny, che ha così tanta rabbia e distruttività ad arderle al centro del petto che il solo modo di opporvi resistenza è cercare di sparire recitando il ruolo di “ragazza giusta in un posto giusto”. È cosciente del vuoto da cui è circondata, che la riempie e che la controlla e cui può reagire solo aggredendo, demolendo gli altri (professori pseudo-poeti, compagne di dorm) e, con gli altri (l’Altro), se stessa; sa che quel vuoto è connaturato all’esistenza umana, è quindi inevitabile, ma la prospettiva di doverci convivere per sempre è agghiacciante. E, allora, soluzione o, meglio, via già percorsa da Lane, da un everyman come Wally Campbell, dalle sue compagne di teatro, l’unica toppa che appare resistente, è il darsi da fare scegliendo di assecondare il vuoto e nutrendo l’ego, eccellendo nello studio, circondandosi di amici o persone da considerare tali, partecipando a feste, scegliendo battaglie e ideologie per mero hobby, per aggiungere attività alle proprie giornate e non perché ci si creda, scegliendo di ignorare, di rimuovere consapevolmente il fatto di non crederci, e assumere tali comportamenti per onorare l’imperativo morale dell’autenticità, del dover essere se stessi in un mondi che, intento a pensare di offrire tutte le possibilità immaginabili, disegna invece, per ognuno, un sentiero identico la cui traccia non può essere abbandonata, pena il delirio (il delirare latino), gli sguardi di pietà, qualche versetto gutturale di commiserazione.

La crisi di Franny si delinea come già postmoderna: non più Io unitario e, forse, non più possibilità di Io che non sia performance e quindi agita da altri (si performa se c’è qualcuno a giudicare).

Destabilizzante il riconoscere a se stessi di voler performare, di ambire alla competizione e dunque alla valutazione degli altri (è per queste ragioni che Franny abbandona il teatro).

Franny è parte di ciò che la sta gettando nella disperazione, è tassello del mondo borghese in cui è nata e che, fin dall’infanzia, le ha assegnato ruoli ed etichette (lei, bambina prodigio come tutti i fratelli Glass, ha partecipato al programma radiofonico Ecco un bambino eccezionale), una realtà che comincia a disprezzare, di cui comprende le basi di funzionamento: la complicità connivente che tutti (almeno a uno sguardo esterno, forse superficiale) sembrano accettare come inevitabile, necessaria.

Tuttavia, è proprio tale milieu e il fatto stesso di appartenervi che permettono a Franny di poter cadere, di potersi scagliare contro l’insensato, di poter desiderare di essere nessuno; senza l’agiatezza, non solo materiale, ma soprattutto sociale, quasi implicita, come fosse biologica, ad assicurarle spigoli smussati, non avrebbe il privilegio di crollare. Vi è, però, spiraglio di luce e possibilità di salvezza che è proprio il privilegio a rendere possibile: Franny può fermarsi, può svenire e può trovare riparo, finto, poiché ogni riparo è illusione, modo di ritardare il dolore, nella spiritualità (il libretto verde, le parole di Seymour, il fratello suicida), nel tentativo di sincronizzare i battiti del proprio cuore con le parole della preghiera del pellegrino russo, il cui viaggio è raccontato nel libretto, così che la preghiera (ma, forse, la lotta, la resistenza) divengano autoattive, parti egosintoniche.

Attualizzazione, per certi versi, di Franny, si potrebbe scorgere nei Tenenbaum di Wes Anderson, bimbi prodigio, talenti dell’arte e dello sport, poi adulti falliti, troppo grandi per continuare a ricoprire

 ancora i ruoli dell’infanzia, pervasi da un senso di vuoto, che, a differenza del personaggio di Salinger, non riescono a colmare, dal momento che rimangono fermi, preda delle proprie individualità. Grazie alle parole del fratello Zooey, Franny capisce invece che vivere richiede l’Altro, richiede di credere, anche ciecamente, in una Signora Grassa per la quale allacciarsi le scarpe anche se si deve parlare ai microfoni di una radio, poiché tutto ciò che si fa è per gli altri, per tutti e quindi per sé: riesce, Franny, a salvarsi dal solipsismo in cui era precipitata e a capire di dover essere presente nel mondo.

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