“Bisogna pur dire qualcosa” – Altra postilla sulla nostra concezione di narrativa

Non rifiutiamo la narrazione.
Rifiutiamo la narrazione borghese.

Quella che pretende ideali, valori, traiettorie di trasformazione.
Quella che fabbrica catarsi a buon mercato.
Quella che ordina la vita dentro un arco prefabbricato, perché la vita diventi consumo.

Quella che semplifica persino i peggiori traumi per renderli merce da supermercato.

Non rifiutiamo i personaggi: rifiutiamo i soggetti fissi.
Non rifiutiamo le scene: rifiutiamo l’ordine pulito che le incatena in una progressione obbligata.

Le nostre storie esistono.
Ma sono storie frante, rotte, ossessive.
Sono storie cumulative, a spirale, diaristiche, monologanti.
Sono scene ripetute fino allo sfinimento.
Sono frammenti che non si saldano.
Sono progressioni viste dall’interno di soggetti che non possono davvero progredire, perché franti, rotti, distorti come distorto è il nostro tempo.

Raccontiamo, sì.
Ma raccontiamo come rantola un corpo, come balbetta un ossessivo, come implode un trauma.
Non perché crediamo nell’ordine, ma perché l’ordine ci è stato negato.

Bisogna pur dire qualcosa:
noi diciamo il disordine.

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