G. Perec, “Un uomo che dorme” – Critica psicoanalitica

di Sarafina Storari

Tre frammenti di vetro a fungere da specchio restituiscono l’immagine di un volto non nuovo, ma svelato: l’afa della soffitta di rue Saint-Honoré ha sciolto le maschere, quella del bravo ragazzo, dell’universitario, del figlio modello, consentendo al venticinquenne, fin dalla nascita agito e non agente (“Sei o non sei già stato tutto ciò che dovevi essere? Potrai scegliere, in un’ampia e assortita gamma, la personalità che più corrisponde ai tuoi desideri, la quale sarà tagliata su misura per te.”1), di osservarsi e riconoscersi mucca (con occhi privi di interesse per il mondo), albero (portatore di nessuna morale, di nessun messaggio, che non chiede niente e niente si aspetta). Contenuto in cinque metri quadri, l’anonimo studente sembra aver trovato un ambiente in grado di permettergli di esistere non esistendo, di raggiungere una sorta di non-integrazione winnicottiana rovesciata: non più senso di unione con le cose del mondo e sensazione di essere vivi assicurate dalla presenza non invadente di una m/other, sia essa umana o ambiente “sufficientemente buoni”, volta a proteggere dagli impingement e a garantire la scoperta e lo sviluppo di un Vero Sé (“solitudine in presenza di qualcuno”), ma isolamento, ritiro in cui anestetizzarsi, annullarsi dinnanzi a un mondo troppo. A nulla valgono i tentativi di inventario di beni materiali posseduti: cercare di aggrapparsi a elementi esterni, tre paia di calzini, Nescafé, “Le Monde”, libri e dischi, per mantenere contatto con la realtà non è più sufficiente. Deleteria è stata l’identificazione con oggetti che, inizialmente percepiti come Altro da Sé, sono infine divenuti parti del soggetto stesso e la cui distruzione o disvelata caducità ha inevitabilmente portato alla distruzione delle corrispettive parti dell’Io. Sebbene il narratore (o referente, considerando la struttura del testo) affermi l’inutilità di diagnosticare, poiché il giovane è in realtà “così da sempre e non è cambiato nulla”, non sarebbe forse azzardato scorgere tracce della melanconia freudiana, in cui l’ombra dell’oggetto cade sull’Io, che ha divorato, introiettato l’oggetto
amato (si ha, qui, una embrionale formulazione della teoria delle relazioni oggettuali, ampliata da Klein, prima, e Fairbairn e Lacan, dopo) poi morto come morte sono le parti dell’Io con esso identificate. L’Altro intralcia, ingombra e i compagni di studi, forse amici, che bussano alla porta vengono ignorati, evitati per strada i passanti in cui non si scorga un reietto. Si potrebbe parlare della fine del Falso Sé, già fragile e patologico, che comporta appiattimento verso l’esterno e verso le richieste che ne derivano, ipertrofizzazione della mente a scapito di un corpo che risulta mero involucro (e non c’è azione, vita, senza corpo, ne è fonte e meta): di fronte alle pretese avanzate dalla società, da una Parigi post-bellica – pretese che tracciano quanto di percorribile per un
individuo – l’unica reazione è l’inazione, l’indifferenza, non per pigrizia o arrendevolezza, ma perché non avrebbe senso camminare, tutto è già stato. Dunque, è riferita l’esistenza inesistente di un dormiente le cui azioni, che si susseguono come già si susseguivano prima che questi lasciasse suonare la sveglia senza recarsi a sostenere l’esame di Sociologia, sono subite e non compiute; il ragazzo è agito, ipotrofico nel corpo, un normotico, “normale anormale” (Bollas). L’eco dello scrivano Bartleby dell’omonimo racconto di Melville non è solo intuibile, ma esplicitata dall’autore stesso, che ne riassume la vicenda. Come Bartleby è scollato dalla società in cui vive, votata all’iniziativa, all’azione, allo stesso modo, il dormiente perechiano diviene emblema dell’atarassia post-moderna, che si configura come unica risposta di fronte all’attivismo cui è improntata una società che fa delle prestazioni e del successo individuale gli unici elementi volti a definire e misurare il valore di un individuo. Tuttavia, prima dell’ultima pagina, si notano già crepe nella fredda indifferenza dello studente, indifferenza che, come è scritto, non lo ha reso differente:
“Aspetti, speri. I cani ti si sono affezionati, e pure le cameriere e i camerieri dei caffè, le maschere, le cassiere dei cinema, i giornalai, i bigliettai sugli autobus, gli invalidi che sorvegliano le sale deserte dei musei. Puoi parlargli senza timore, loro ti risponderanno ogni volta con la stessa identica voce. I loro visi ti sono ora familiari. Ti riconoscono, ti salutano. Certo non sanno che quei semplici saluti, quegli unici sorrisi, quegli indifferenti cenni del capo, sono tutto ciò che ogni giorno ti salva, che li hai aspettati per tutto il giorno, quasi fossero la ricompensa per un fatto glorioso di cui non puoi parlare, ma che loro potrebbero anche indovinare2.”. La notte non protegge più. Si ha quindi una sorta di conferma di quello che Sullivan ha definito “principio dell’esistenza comunitaria”, secondo cui gli esseri umani sono epistemologicamente e ontologicamente impensabili al di fuori del proprio ambiente (che è per questo denominato “ambiente necessario”), dato che la personalità si forma e costituisce a partire dalle integrazioni con Altri, non è struttura. Immerso nella fase paratattica del
proprio tempo – impossibile la validazione consensuale, autistico il linguaggio – giunti alla conclusione, il ragazzo ha paura e aspetta che la pioggia cessi di cadere.
Sorta di trasposizione formale di un soggetto, un Io che, svanito ogni appiglio, si sfalda ed evapora è l’utilizzo che Perec fa della seconda persona singolare, un Tu che, sebbene funzionale a coinvolgere, è in realtà distanziante, in quanto rivolto all’esterno: a fronte dell’impossibilità di dire Io, si può avere solo un Tu aspecifico, rivolto a tutti e a nessuno in particolare. È diario di un disagio cui la scrittura riesce a dare forma, in cui il come è scritto consente di capire un cosa balbettato, singhiozzato; soprattutto negli incubi del giovane (significativo quello in cui diviene occhio), emerge tutta la paura provata nel riconoscersi visto, esistente.

1 Perec, Georges. Un uomo che dorme (1967), Macerata: Quodlibet, 2009, pp. 46-47. Postfazione di
Gianni Celati, traduzione di Jean Talon.
2 Ibid., p.120.

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