Sul rapporto tra forma e contenuto

La forma viene prima del contenuto. Come si scrive è più importante di cosa si scrive. Questo non significa che il contenuto scompaia: un “cosa” c’è sempre, ma vive in funzione del “come”, e non il contrario. Non ci interessa abolire l’evento o la vicenda, ma ribaltare la gerarchia corrente, che riduce la prosa a un condotto neutro per far scorrere la trama. La prosa non è un veicolo: è il luogo in cui la storia accade, e senza quella forma non esisterebbe alcuna storia.

Ciò che rifiutiamo è la tendenza – diffusissima – a costruire romanzi in cui la lingua è ancella dell’intreccio, in cui la priorità è far progredire l’azione come se fosse il motore naturale della narrativa. Ancora più insopportabile ci sembra l’anacronismo di una narrativa che, dopo Joyce e Beckett, continua a mettere in scena soggetti pieni, fermi, integri, padroni di sé. È un ritorno a un mondo che non esiste più, un rifugio consolatorio e borghese spacciato per racconto universale.

I nostri soggetti non hanno più compattezza, non sono affidabili né unitari. Sono disarticolati, post-traumatici, contraddittori. Se scriviamo una storia, non può essere fondata su un io saldo che si trasforma secondo un arco rassicurante. Può esserci una sequenza di eventi, ma non una costruzione che ignori la frattura introdotta da chi ha demolito per sempre l’idea di un soggetto integro.

Non siamo contro la trama, ma contro la narrativa che si comporta come se le rivoluzioni di Joyce e Beckett non fossero mai avvenute. Non rifiutiamo il racconto, ma rigettiamo il ritorno a una forma prejoyciana che ignora la frantumazione del soggetto e lo ripropone come centro stabile dell’esperienza. Il nostro compito non è raccontare di soggetti che attraversano una vicenda, ma restituire vicende che non possono che essere filtrate da un soggetto spezzato. È questa frattura – e non la progressione degli eventi – a determinare la forma della prosa.

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