Manifesto del Movimento Artistico “Le Epigrafi”
Introduzione
Non conosciamo una persona che sia felice.
Depositano la fragilità della nostra generazione nei gremiti reparti psichiatrici.
Avere vent’anni è vivere postumi.
Ansia, depressione, disturbi alimentari.
Abbiamo visto le migliori menti della nostra generazione avere tanta paura da rimanere immobili.
Non avremo problemi col mutuo; chi di noi avrà mai una casa?
La pensione non ci riguarda; non la percepiremo.
Vogliamo e ci viene chiesto di recidere il cordone con la famiglia; come, se l’ultimo ventennio ha reso cappio il cordone, un indistruttibile cappio?
Non scriviamo perché è bello; se non scrivessimo, moriremmo. Siamo invendibili, inconsumabili. Le cantine in cui siamo stati costretti a scendere ci hanno insozzato.
Sembra, leggendo le opere degli ultimi anni, che il dolore possa essere detto; crediamo di no. Il dolore si balbetta, quando è vero, quando non è posa.
Rivendichiamo la sporcizia del nostro linguaggio.
La forma è il contenuto.
La nostra forma è il singhiozzo.
È un balbettio sincopato, interrotto, ansimante. Non proviene da soggetti forti, ma da corpi sfiniti che assorbono passivamente l’infinità dei dati, degli stimoli, delle immagini.
Illusione dell’Io smascherata: non parliamo più; veniamo parlati.
Noi stessi siamo sintomo.
Il nostro è il linguaggio dell’insufficienza. Il testo implode.
Perché la bellezza sarà convulsa – così Breton – o non sarà.
Joyce, Beckett, Bernhard, Artaud, Kafka. Scrivevano già nel linguaggio dell’estinzione. Nostre ascendenze.
Il nostro movimento non è solo letterario. È visivo, performativo, musicale, corporeo. Chiunque si riconosca nel grido può unirsi.
Cerchiamo l’urgenza dettata dalla disperazione, e il suo conseguente coraggio.
Non la bellezza da cartolina.
La bellezza delle rovine romane.
Chiediamo ascolto. Chiediamo che qualcuno si accorga che esistiamo. E se per farlo dobbiamo urlare, urleremo. Non vogliamo un colpo di Stato. Vogliamo una vita.
Ma è innegabile che l’ordine attuale non ci consente di averla.
Noi siamo il nostro cippo.
Scriviamo e riscriviamo la nostra epigrafe.
Molto di noi è già morto.
Un grido non basta.
Si grida meglio insieme.
II
Il nostro inverno anticipato
Nati per sopportare l’impossibilità del cambiamento.
Cresciuti senza chimere, senza utopie.
Non per inerzia; è che ci hanno mozzato le gambe.
Logori, il nostro inverno è la depressione, è l’ansia, è l’anoressia, è l’ospedale, è la notte infinita in pronto soccorso, è la comunità psichiatrica, è l’abuso di sostanze.
Immessi in una terra inospitale, quale casa rimpiangiamo se non ne abbiamo mai avuta una?
Il dolore che portiamo non è spettacolare, non fa vendere.
È un dolore opaco, sedimentato, di chi non riesce più neppure a domandare aiuto. Abbiamo smesso di chiedere: abbiamo cominciato a documentare. Documentiamo la nostra fine, come se fossimo già stati superati. Siamo postumi di un futuro che non ci riguarda.
Ci accusano di inerzia; vorremmo vedere i nostri padri imbottiti di En. Cosa farebbero loro?
Non facciamo domande ipotetiche.
Né retoriche.
Questa è retorica.
Nessuno ha indagato davvero la funzione sociale dell’epidemia depressiva.
Nessuno ha avuto il coraggio di dire che la salute mentale è incompatibile con il mondo in cui viviamo. Viviamo in una condizione patologica collettiva, e ci fanno credere che sia colpa nostra.
Non cerchiamo consolazione. Non ci interessa nemmeno la speranza, se sperare significa adattarsi.
Vogliamo un linguaggio che dica l’insopportabile. Vogliamo un tempo che non sia più misurato in prestazioni.
Viviamo ai margini, noi matti.
È la paura di uscire di casa ricoperti di ferite autoindotte.
Siamo gli scarti del capitalismo post-industriale.
Molti di noi non funzionano.
I sottoscritti, di certo, no.
III
La prosa insufficiente
Prosa non bastevole.
Che non regge il peso.
Non contiene.
Non risolve.
Ci hanno insegnato che scrivere è dominare la materia. Che lo scrittore è un Dio in miniatura.
Che un buon romanzo chiude, struttura, salva.
Ma noi non chiudiamo. Non salviamo. Non strutturiamo. Ci interessa il crollo.
La narrativa borghese è consolatoria e trasforma il peggior trauma in merce da supermercato.
Non rifiutiamo il concetto di storia, di evento, di personaggio.
Rifiutiamo la storia prefabbricata, pulita, creata per il mercato.
Rifiutiamo l’evento che consola, che risolve, che non interroga, che non ferisce.
Non rifiutiamo il personaggio, ma il soggetto che dice Io e che finge di essere integro.
Per questo la nostra prosa non procede. Balbetta, scivola, si inceppa. Ridonda, ripete, si mangia da sé.
È un tentativo abortito di dire qualcosa che non si può dire. Una prosa che si disintegra al momento stesso della sua formulazione.
Non vogliamo soggetti fissi.
Vogliamo la voce, quando trema. Vogliamo il gesto, quando si blocca. Vogliamo lo sputo, il rantolo, la lacrima trattenuta.
IV
Note sulla nostra poesia
La poesia non è ornamentale; è la musica di chi non può parlare più ma, corpo disfatto, cantare parole.
Il nostro poetare è rendere musica la decomposizione. “Consegnare alla morte”, così De André, “una goccia di splendore”.
Abbiamo letto troppa poesia scritta da chi non ha mai gridato davvero.
La nostra è scritta nei letti di contenzione, nei bagni pubblici, sui linoleum delle psichiatrie.
Poesia è guaito.
È balbettio vergognoso del dolore.
Non un dolore estetizzato: un dolore che suppura.
Abbiamo imparato che non si può dire tutto.
Ma qualcosa secerniamo sempre.
Un fonema sbagliato, una parola deforme, una bestemmia rivolta al silenzio.
La nostra poesia puzza. Di diarrea, di sperma, di clorofilla, di crisantemi. È somatica: quando il corpo cede, i versi escono. Il testo è sintomo, il sintomo è testo. Abbiamo fatto della poesia la nostra gastroenterite. I nostri versi vomitano.
Ci hanno detto che la poesia deve redimere. Ma è una bugia. Vogliamo compagnia nel baratro.
C’è più poesia in una crisi epilettica che in mille accademie.
Figli dei papà che piangono, delle mamme che ci soffiano in bocca per non farci morire.
È il referto dei cessi, la nostra poesia.
E se ci chiamano piagnoni, rivendichiamo il pianto.
Come Cioran, non rivendichiamo nulla – solo il diritto alla lagnanza.
Noi vogliamo essere letti come si legge un foglio in ospedale. Con mani tremanti. Con paura.
È ovvio: domandiamo amore.
V
Forme artistiche del Movimento
Non esiste gerarchia nell’arte. Ogni linguaggio è valido, se dice l’urgenza.
Fotografiamo l’esacerbato.
La nostra musica canta la decomposizione.
Ci ispira il cinema del soggetto disfatto. Lynch, Tarr, Tsukamoto, Cronenberg, Fellini, Antonioni, D’Innocenzo, Paul Thomas Anderson.
Vogliamo rendere onore alle case diroccate, alle cantine neglette, a ogni spazio che sia derelitto, perché il solo spazio derelitto consente il grido.
Ogni luogo può diventare testimonianza se vi risuona un urlo.
La tecnica – già Benjamin – va usata. E noi usiamo il web.
VI
Implicazioni filosofiche
Il soggetto postmoderno non è agente ma, passivo, assorbe.
Il trauma ci ha prodotti; siamo sintomo.
Il trauma è la nostra ontologia.
Scriviamo in quella zona che Blanchot chiama “l’esperienza-limite”, dove il linguaggio si accosta all’indicibile non per rappresentarlo, ma per convivere con la sua assenza.
Il nostro pensiero è il pensiero della frattura.
Il nostro lessico non costruisce il mondo: lo smonta. Scriviamo nella lingua della disfatta, non per rassegnazione, ma per verità.
Ci estinguiamo, come Kafka.
Non diciamo; rantoliamo.
Fratelli nostri i cani abbattuti.
Dépense: lo spreco, l’inutile.
Parafrasando Cioran, tutto quel che esula dal sangue e dallo sperma è un pretesto.
Il Dasein heideggeriano che è essere-nel-mondo ed essere-per-gli-altri è in noi un morire insieme.
La comunità che immaginiamo è una comunità del guasto.
Resistiamo, nel sangue e nel panico.
L’opera non deve dire niente, non deve dichiarare; l’opera deve attestare il disastro. Il disastro non si attesta con la forma borghese dei memoir dove ancora si ha il coraggio di dirsi Io; il disastro si singhiozza, si lacrima, si eiacula, si sanguina.
Questo manifesto condivide con i firmatari l’incompletezza.
Evolverà, cambierà, si distruggerà.
Invitiamo gli altri cani abbattuti a latrare con noi.
Qualunque forma abbia il latrato: che sia singulto, che sia singhiozzo, che sia guaito acuto.
Siamo le notti insonni, noialtri. Cerchiamo chi dappertutto ha dolore.
Gridiamo insieme, resistiamo insieme.
Postumi, uniamoci.
Solo così questo esistere non parrà troppo vuoto.
Abbiamo il dovere morale di dipingere ghirigori sulle nostre porcellane scheggiate,
i fondatori, Marco Sbrana e Luca Sivelli,
Milano, 04/08/2025
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